Oltre 50 personalità provenienti da Paesi "in prima linea" fanno il punto sui rapporti tra islam e minoranze cattoliche. Una resistenza cocciuta e pacifica che propone l'idea di "meticciato" anzichè lo "scontro di civiltà"
C'è chi, come il vescovo d'Islamabad monsignor Anthony Lobo, racconta il quotidiano stillicidio di minacce, sorprusi e violenze nei riguardi dei cristiani in Pakistan. Chi, come il vicario apostolico d'Arabia, monsignor Paul Hinder, rivela che ogni domenica ad Abu Dhabi ci sono 15 mila fedeli che vanno a messa, come e forse più che in molte città dell'Europa. E c'è chi ha preferito rimanere accanto al suo gregge assalito dai lupi ma ha inviato una drammatica lettera come monsignor Luis Sako, arcivescovo di Kurkuk dei Caldei in Iraq. Sono le testimonianze dei credenti in prima linea, sul fronte caldo dell'integralismo e del terrorismo che s'allarga ogni giorno e minaccia direttamente l'esistenza della Chiesa nei Paesi islamici. Mentre nel mondo si moltiplicano gli appelli per salvare i cristiani «in via d'estinzione» sfilano sotto i nostri occhi i coraggiosi protagonisti di una resistenza cocciuta e pacifica. Nell'infuriare delle nuove persecuzioni all'alba del terzo millennio hanno trovato un luogo di riposo, di sosta e di pace che consente l'incontro con i fratelli d'Occidente. Un'«Oasis», come indica il nome del Centro internazionale di studi e ricerche fondato dal Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, tre anni fa e giunto al quarto incontro del suo Comitato scientifico.
L'intuizione del 2004 di dar vita a una realtà culturale «per sostenere le minoranze cristiane nel mondo» si è rivelata straordinariamente profetica e feconda. Il progetto «Oasis» può contare su un Centro studi che ha avuto udienza nei più prestigiosi fori internazionali come l'Unesco a Parigi, l'Onu a New York, l'università di Al Azhar al Cairo. Pubblica una rivista in varie lingue, fra cui l'arabo, un collana di libri e recentemente anche una newsletter online. Ma Oasis è prima di tutto una rete di persone, «un luogo d'amicizia e di comunione dove si stringono legami fra i cristiani d'Occidente e d'Oriente nella prospettiva di un dialogo serio e costruttivo con l'islam», spiega il ca rdinale Scola. E non è un caso che ci si ritrovi a Venezia, la città di Marco Polo, il viaggiatore che raccontò agli europei «le diverse genti e le diversità delle regioni del mondo». Costruire ponti è l'esperienza storica di chi vive sulla laguna, ricorda il Patriarca. Ma l'importante è il metodo. Quello scelto da «Oasis» è il passaggio umile attraverso la presenza delle minoranze cristiane. All'inizio poteva sembrare una strada originale e un po' bizzarra. Oggi la bontà di questo metodo si è mostrata nel costringere i cristiani d'Occidente a superare l'intellettualismo ogni volta che si parla di dialogo interreligioso e di confronto con l'islam. Non c'è un'idea di difesa o di attacco, tanto meno di cedimento. Tutte le coppie concettuali (incontro/scontro, dialogo/sfida) appaiono mutilate e inadeguate. Ecco dunque apparire «il meticciato di civiltà e culture», un concetto introdotto dal cardinale Scola per descrivere la rapida, dolorosa e spesso violenta trasformazione in atto nel mondo. Un'ardita metafora che è già entrata nel dibattito sullo «scontro di civiltà» facendo emergere l'inedita mescolanza tra popoli e culture che avviene su scala mondiale.
Il «meticciato» ha costituito l'argomento centrale dell'incontro di «Oasis» cui hanno partecipato oltre 50 personalità provenienti dai Paesi in maggioranza o con forte presenza di musulmani come Pakistan, Indonesia, India, Libano, Palestina, Tunisia e dall'Europa. Ecclesiastici e intellettuali, vescovi e giornalisti si sono scambiati esperienze e giudizi dentro il fuoco bruciante dell'attualità ma con la preoccupazione di un approccio adeguato. È stato chiarito, prima di tutto, che il concetto di «meticciato» non è sinonimo di multiculturalismo, intendendo con questo termine la giustapposizione pura e semplice di diverse tradizioni culturali e religiose. Qualcuno ha anche contestato l'idea che il mondo stia andando verso forme sempre più ibride di convivenza. Assistiamo a tentativi, spesso molto violenti, di separazione tra identità pre-costituite (basti pensare allo storico conflitto tra sunniti e sciiti che oggi in Iraq è degenerato in guerra civile). Come ha notato con un dotto intervento Paolo Gomarasca dell'università di Milano, «il meticciato descrive una situazione reale e irreversibile di contaminazione ma questo non è un esito necessario del contatto fra culture diverse, non può essere previsto ed orientato politicamente».
Insomma il meticciato è un dato di fatto ed assumerlo come categoria interpretativa significa «riconoscere che la storia è inevitabilmente luogo d'incontro che tuttavia passa per lo scontro - dice Scola -. È l'esperienza del dolore che può diventare amore». Il che introduce il concetto di testimonianza, come l'ha esposto Javier Prades, docente alla Facoltà teologica di Madrid, «lontano dalla pretesa tipicamente hegeliana di un sapere assoluto e aperto alla libera comunicazione del divino nella storia». È qui che «Oasis» riscopre la sua ragion d'essere, luogo d'incontro e di racconto per far fronte alla comune responsabilità dei cristiani nel mondo.