Non solo ponte tra la Chiesa occidentale e i cristiani che vivono nei paesi a maggioranza musulmana: il centro studi del Patriarcato di Venezia vuole essere uno strumento utile per la comunità locale. Perché dai fratelli lontani si impari a dialogare e a confrontarsi
A Venezia è arrivato il grido di dolore dei cristiani iracheni. Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, impossibilitato a partecipare ai lavori del Comitato scientifico di "Oasis", proprio per l'aggravarsi della situazione per i cristiani in Iraq, ha fatto pervenire un messaggio rivolto ai partecipanti. «La vita dei cristiani in Iraq - scrive l'arcivescovo diventa sempre più difficile. Il governo attuale non riesce a garantire la sicurezza e ad applicare la legge. Non esistono milizie cristiane per difendersi. Quindi un cristiano è vulnerabile per eccellenza». E i fatti drammatici degli ultimi tempi, con il rapimento e l'uccisione di alcuni membri della comunità cristiana caldea ne sono il tragico emblema. «In questi ultimi due anni sono aumentati gli attentati, le minacce e rapimenti, due preti sono stati uccisi a Mosul, e 7 rapiti a Baghdad e liberati con riscatto alto. Insomma, data la situazione i cristiani lasciano l'Iraq per la Giordania, Siria, Libano, in attesa di un visto per l'occidente, o vanno verso il nord, in Kurdistan. Penso che il problema non è fra cristiani e musulmani, il problema è il fondamentalismo che esclude l'altro e lo annienta per motivi religiosi, A etnici, ecc. La soluzione è incoraggiare la cultura del pluralismo e della convivenza. Aiutare la gente a riconoscere l'altro come una persona umana con valore assoluto (dopo Dio), e collaborare con tutti per una società migliore in cui ognuno viene rispettato. Mi dispiace tanto conclude mons. Sako - non poter viaggiare fuori dall'Iraq per il momento. La situazione sta peggiorando. Devo rimanere con i fedeli in questi tempi cattivi». Drammatica anche la testimonianza di mons. Franceschini, arcivescovo di Smirne in Turchia: «la nostra tragedia non è che ci taglino la gola, ma l'assenza di preti che ogni giorno ci consuma». A mons. Sako il Comitato Scientifico di Oasis ha risposto con un messaggio, nel quale i partecipanti esprimono solidarietà e vicinanza: «La sua assenza ai lavori del nostro Comitato indica con chiarezza la nostra responsabilità. Le assicuriamo che faremo quanto possibile per far conoscere il dramma dei cristiani in Iraq, nella Terrasanta e in altri paesi a maggioranza musulmana e per favorire l'arresto dell'emigrazione dei cristiani arabi, consapevoli del loro ruolo di moderazione e di mediazione fra due mondi apparentemente inconciliabili».
In Kuwait il ministro dell'Istruzione, dal marzo scorso, è una donna. Ha scelto di non portare il velo e per questo è quotidianamente criticata. Tanto che alcuni politici ne hanno chiesto addirittura le dimissioni. Ma Nurya-al Sebih va avanti, convinta della sua scelta. «Nel caso del ministro i condizionamenti del fondamentalismo non hanno il sopravvento». Ma, spiega mons. Camillo Ballin, vicario apostolico del Kuwait, «non tutti, di fronte all'avanzare del fondamentalismo, rispondono con la medesima autonomia di scelta». Altri si fanno condizionare. «Ho in mente il fratello di un famoso parlamentare - prosegue il vescovo -. Il politico in questione è un fondamentalista, mentre il fratello sarebbe un moderato, ma non riesce a non farsi condizionare dalle scelte del fratello». Due flash da un paese tollerante, il Kuwait, «dove però - osserva mons. Ballin - il fondamentalismo islamico è in aumento». Il vicario è di origini venete - è padovano di Fantaniva - e, nonostante i 42 anni trascorsi all'estero, conserva l'accento, rinfrescato poi dal soggiorno veneziano per il Comitato Scientifico di Oasis. «Ho trascorso 24 anni in Egitto e 10 in Sudan. Periodi intervallati da soggiorni a Roma, per completare gli studi teologici. Da due anni sono in Kuwait». E qui mons. Ballin segue la comunità cristiana: «350mila persone, di diversa condizione sociale ed economica. Si può dire che occupino tutti i gradini della scala sociale, rivestono posti dirigenziali, ma svolgono anche lavori umili. In Kuwait c'è libertà di culto. Il governo ha sempre permesso di frequentare le chiese, non ci sono discriminazioni né particolari problemi. E' un governo tollerante. Anche se purtroppo c'è un fondamentalismo in aumento. E c'è chi si lascia condizionare nella vita di tutti i giorni. Dipende dalle persone». Come si è accorta, a sue spese, la neo ministro dell'Istruzione.
"Grazie al progetto Oasis possiamo imparare dai fratelli di altre chiese che da secoli si rapportano con i diversi islam nel mondo, come poter noi rapportarci con l'islam che iniziamo ad avere vicino nelle nostre città. Impariamo dai cristiani arabi, ad esempio, come integrarci con gli arabi musulmani in Italia». Don Lucio Cilia, rettore del seminario patriarcale, spiega con queste parole la ricchezza che Oasis rappresenta per la diocesi di Venezia. Oasis è una rete di rapporti internazionali per la promozione di una conoscenza reciproca, fortemente voluta dal Patriarca Angelo Scola, nata a Venezia, presentata anche all'Unesco a Parigi nel 2005, al Cairo nel 2006 e nel 2007 all'Onu a New York. Dal 2004 a oggi si sono susseguiti, alternativamente un anno a Venezia e un anno in un paese a maggioranza musulmana, gli incontri del Comitato Scientifico Internazionale tra personalità ecclesiastiche e religiose, mondo accademico, giornalisti e ricercatori. Il progetto comprende la distribuzione in tutto il mondo della rivista cartacea semestrale plurilingue (italiano, inglese, francese, arabo e urdu), ma anche un sito internet (http://www.oasiscenter.eu ), una newsletter mensile che raggiunge migliaia di indirizzi e una collana di libri. Il tema motore fondamentale del percorso avviato dal Patriarca è quello del "meticciato di civiltà e culture", un'espressione che tenta di descrivere il processo storico che viviamo, processo di mescolamento di popoli e culture che ci tocca e provoca sempre più. «Non dobbiamo pensare all'islam come a un qualcosa che fa paura prosegue don Lucio Cilia (nella foto a destra) - ma come a un'occasione per ripensare alla nostra civiltà. Dobbiamo fare attenzione all'immagine che l'islam ha di noi occidentali e di noi cristiani». Don Gabriel Richi Alberti, direttore del centro internazionale di studi e ricerche Oasis, approfondisce il ragionamento: «Dall'esperienza
reale e quotidiana che da secoli le chiese cristiane in alcuni paesi vivono come minoranze religiose abbiamo tanto da imparare, soprattutto siamo provocati a riconoscere che ci sono tanti islam. La mia esperienza con Oasis è innanzitutto personale: mi ha aiutato a prendere coscienza del fatto che l'orizzonte della mia fede è il mondo. Oasis quindi è un ambito di lavoro e di crescita. In un certo senso confrontarsi con le esperienze delle chiese cristiane nei paesi a maggioranza musulmana aiuta a ridimensionare le proprie difficoltà, ma ancor più ad allargare lo sguardo su tutta la realtà. Il lavoro di Oasis - aggiunge don Gabriel Richi Alberti è prezioso perché è una delle poche voci che parla realisticamente della vita vissuta dalle comunità cristiane, tema sul quale le altre fonti di informazione sono spesso insufficienti o fuorvianti». E Venezia in questo processo ha una responsabilità particolare, per la sua storia e per il suo presente. E' una città che è simbolicamente "ponte". «E' una responsabilità per i cristiani di questa diocesi - prosegue don Cilia confrontarsi con gli altri cristiani di chiese lontane, andare in visita alla loro realtà, instaurare legami di amicizia. Potrebbero svilupparsi anche ulteriori percorsi di collaborazione. Penso ad esempio ad alcuni docenti arabi che potrebbero tenere corsi all'Istituto di Scienze Religiose ». «E' un percorso importante - dice Teresa Scantamburlo, segretaria del Centro Oasis - anche nell'ottica della visita pastorale, per lavorare insieme, fare esperienza di comunione, ma anche esperienza di ascolto e di reciproca comprensione. Una delle fatiche più grandi che notiamo nella chiesa locale è proprio quella del lavoro comune: a volte vince il particolarismo. Ecco perché il percorso di Oasis non solo è un ponte di amicizia tra cristiani e musulmani, tra cristiani veneziani e cristiani delle chiese nei paesi a maggioranza musulmana, ma anche rilancia uno stile di lavoro da condividere nella Chiesa veneziana tra tutte le sue componenti».