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Il Patriarcato di Gerusalemme: "Servono gesti di pace"

Gente Veneta, 1 luglio 2007, approfondimento

Serena Spinazzi Lucchesi

La guerra, così come stanno le cose, può durare anche millenni. Non anni, non secoli... E' un'analisi in apparenza molto pessimistica sulla situazione in Medioriente quella di padre Samir Khalil Samir, direttore del Cedrac (Centre de Documentation et de Recherches arabe chretiennes) di Beirut, in Libano. Un'analisi crudamente realistica, ma che in realtà apre anche alla speranza: «Cominciamo a pensare che dopo 60 anni di guerra in Medioriente nessuno ha vinto, cominciamo a pensare che abbiamo tutti perso. Solo così, con la disponibilità di ognuno a rinunciare a qualcosa, possiamo avviare un progetto di pace». Un progetto nel quale un ruolo fondamentale potranno averlo i cristiani, «gli unici senza eserciti, che possono essere i veri mediatori nei confronti di tutti, israeliani, palestinesi, arabi». Ma prima di tutto occorre capire che, restando così le cose, il conflitto potrebbe andare avanti all'infinito. Perché la situazione è estremamente complessa. In Israele, a Gaza, in Libano, in Siria, in Iran e in Iraq: tensioni e conflitti che appaiono separati, in realtà sono interdipendenti gli uni dagli altri. Il docente gesuita, che insegna teologia e islamologia, inizia il suo ragionamento partendo dal Libano, la terra dove vive. «Perché i problemi del Libano sono un concentrato di quelli di tutti i paesi. Da quando la Siria ha lasciato il paese lo scorso anno è iniziata la crisi. La Siria, che ha di fatto occupato il paese per 30 anni, non ha mai accettato di ritirarsi. E ha così organizzato i libanesi filosiriani per fare azioni di terrorismo. Al tempo stesso, ha infiltrato persone tra i campi profughi palestinesi; non va dimenticato che il Libano ha i più grandi campi profughi palestinesi, una situazione insopportabile, per i profughi, ma anche per i libanesi che hanno sul proprio territorio questa "no man's land"». Due presenze straniere nel Paese. In Libano, dunque, si trovano da una parte i filosiriani che "agitano" la situazione, dall'altra gli sciiti filoiraniani (hezbollah), altrettanto armati ed organizzati: «Due presenze straniere dentro il paese». La scorsa estate la situazione è precipitata con l'attacco di Israele nei confronti di hezbollah che, con sorpresa, si sono rivelati più organizzati rispetto alle aspettative. Il mondo occidentale è venuto in soccorso del Libano, dove è presente la forza internazionale dell'Onu guidata dall'Italia (e che ha subito un grave attentato proprio nei giorni scorsi, con l'uccisione di sei caschi blu, spagnoli e colombiani). Ora il Paese vuole fare i conti con il passato e possibilmente chiuderlo, istituendo un tribunale internazionale per individuare gli autori dei tanti attentati a politici (a cominciare dal Presidente Hariri), giornalisti, parlamentari. «Le vittime di questi attentati sono tutti antisiriani, e poiché è buona regola, per individuare i mandanti dei delitti, capire chi sono le vittime, in questo caso è facile individuare il mandante, cioè la Siria », osserva padre Samir. Il cuore del conflitto mediorientale è chiaramente Israele e dunque la soluzione è regionale, non locale. «Non possiamo nascondere che Israele ha occupato dei territori e che questo alimenta e alimenterà sempre il terrorismo». Occorre dunque partire da qui per trovare una soluzione, «che è quella indicata dall'Onu e anche dalla Lega araba nel 2002», e cioè che Israele rinunci ai territori occupati e si creino i due stati. «Aquesto punto serve un accordo diplomatico definitivo». Lo scontro tra sciiti e sunniti. Ma la situazione è complicata ulteriormente anche dal fatto che è in atto uno scontro interno al mondo islamico, tra sciiti e sunniti. «Lo si vede in particolare in Iraq, che è un paese a maggioranza sciita, ma che è stato dominato per anni dai sunniti». In questo momento a guidare i sunniti è l'Arabia Saudita, «perché osserva lo studioso - a comandare è sempre chi ha i soldi. E l'Arabia, attraverso contributi economici, sta esportando un modo arcaico di concepire l'Islam. Lo sta facendo in Egitto e in Giordania». Mentre la grande potenza sciita in questo momento è l'Iran: «Ad avere più paura dell'atomica iraniana, più ancora dell'Occidente, è non a caso il mondo arabo sannita ». Un conflitto interno all'Islam che si ripercuote in special modo sul Libano, dove il potere ora è tripartito tra sunniti, sciiti e cristiani. «E adesso i cristiani pesano politicamente un terzo, mentre fino a qualche tempo fa il potere era diviso esattamente a metà con i musulmani ». Anche sul piano demografico ora i cristiani pesano meno, a causa della massiccia emigrazione degli ultimi anni (100mila solo durante la guerra dello scorsa estate): i cristiani sono scesi al 40% della popolazione e sono quindi diventati minoranza. «In questo modo si rischia che il Libano perda la sua pluralità». Tornando alle soluzioni, padre Samir individua l'epicentro di tutto in Terrasanta: «Occorre che vengano accettate tutte le decisioni dell'Onu. Anche quelle che non appaiono fattibili, ma bisogna trovare la forza di non dire solo no in anticipo. Bisogna provarci tutti insieme. Per arrivare a una pace regionale definitiva». E i cristiani potrebbero avere un ruolo fondamentale di mediazione, perché «sono una minoranza, senza esercito, non sono un gruppo etnico né militare.
Sono gli unici a poter dire di essere in favore della pace e basta. Sono i veri mediatori».

"I cristiani in Terrasanta non sono un ghetto a parte. Sono una componente integrante della popolazione e ne condividono gioie e sofferenze. Portano la stessa croce che porta la popolazione». Aparlare è mons. Fouad Twal, arcivescovo coadiutore di Gerusalemme. «Come patriarcato latino - precisa - siamo responsabili non solo di Gerusalemme, ma anche della Palestina e della Giordania. Anzi, il peso del Patriarcato sta più in Giordania che altrove, perché è lì che la maggior parte dei palestinesi cristiani si è rifugiata ». Ma al tempo stesso, osserva mons. Twal, «il peso dei problemi sta a Gerusalemme ». «Il dramma di questi giorni è a Gaza. Non per minimizzare, ma quello è un problema che entra nella grande crisi, che facilmente crea piccole crisi, come quella attuale a Gaza. Lì in questo momento 1,3 milioni di persone vivono come dentro un carcere. Tra l'altro è stata attaccata e bruciata anche una nostra scuola, guidata da suore giordane». Guardando alla crisi, a quella contingente di Gaza e a quella persistente che si allarga a tutta la Terrasanta, mons. Twal chiede «gesti di pace, come l'abolizione di tutti i check point e l'abbattimento del muro». Una pace «che non è gratuita, ma ha un prezzo per tutti. Da mezzo secolo si parla di processo di pace, io vorrei arrivare alla pace, senza processo». Anche mons. Twal guarda alla posizione assunta nel 2002 dalla Lega Araba (riferita alla risoluzione dell'Onu che chiede a Israele di rinunciare ai territori occupati dopo il 1967, come la soluzione possibile: «In quella iniziativa della Lega Araba leggo una bellissima proposizione che è quella della disponibilità a normalizzare i rapporti con Israele. Purtroppo, però, guardando a ciò che accade sul campo, ci chiediamo se poi quella volontà di pace ci sia realmente ». La volontà si alimenta dalla vita quotidiana, che è di fatto un percorso a ostacoli. «E' difficile per tutti. Anche per i cristiani del Patriarcato. Ciò che impedisce a chiunque di vivere normalmente sono i check point, che fermano le persone che devono recarsi all'ospedale, i giovani che vanno all'università; e persino il parroco di Betlemme che vorrebbe recarsi al Santo Sepolcro. Tutto questo non è accettabile. Non è degno di uno Stato democratico. E le conseguenze Sono che più c'è oppressione, più si alimenta l'odio».

Articoli Originali:

"In Terrasanta la guerra può durare all'infinito", Il Patriarcato di Gerusalemme: "Servono gesti di pace"

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