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L'appello di «Oasis» per i cristiani perseguitati

Mondo e missione, giugno - luglio 2007

Gerolamo Fazzini
L'annuale incontro del Comitato scientifico del Centro internazionale studi e ricerche «Oasis» (www.oasiscenter.eu), promosso dal Patriarca di Venezia, Angelo Scola, che lavora sui temi dell'incontro tra religioni e culture, in particolare tra cristiani e musulmani, ha riaffermato con forza l'urgenza di tutelare la libertà religiosa nel mondo. A conclusione dell'incontro, che si è tenuto il 21 e 22 giugno a Venezia e ha visto radunati una trentina di uomini di Chiesa (vescovi, patriarchi, sacerdoti) ed esperti di tutto il mondo per discutere e confrontarsi attorno alla categoria culturale del «meticciato di civiltà e culture» (tema introdotto anni fa dal card. Scola, quasi una sorta di tratto distintivo della ricerca compiuta da «Oasis» in questi anni), la conferenza stampa finale ha lanciato un appello in difesa dei cristiani perseguitati. Il caso più scottante è oggi senz'altro quello dell'Iraq. L'uccisione di padre Ragheed Ganni e dei tre suddiaconi è uno degli ultimi episodi eclatanti di un clima avvelenato e tesissimo. Un clima che la guerra in Iraq ha reso ancor più irrespirabile, come testimonia l'Sos lanciato dal vescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako. Monsignor Fouad Twal, arcivescovo coadiutore di Gerusalemme, lo ha detto a chiare lettere: «Quando è stato avviato il conflitto in Iraq non si è calcolato che i cristiani del luogo ne avrebbero pagato pesantemente il prezzo». Non che prima, con Saddam Hussein, la situazione fosse idilliaca, ma certo non si assisteva a una persecuzione durissima come ora. «L'onda lunga di quanto avviene in Iraq si fa sentire anche da noi, seppur in misura diversa», gli ha fatto eco mons. Paul Hinder, Vicario Apostolico d'Arabia (che comprende 6 Paesi fra i quali, appunto, l'Arabia Saudita). La comunità cristiana che vive in quelle terre (un milione di persone, all'incirca) è composta per la stragrande maggioranza di fedeli di origine filippina, srilankese, indiana, e tuttavia «spesso i nostri cristiani, pur essendo asiatici, vengono assimilati agli occidentali per il fatto di essere cristiani». Monsignor Hinder, per la verità, ha ricordato come l'inizio dell'acuirsi del fondamentalismo e, di riflesso, dell'ostilità anti-cristiana non sia il fatidico 11 settembre 2001 o il 20 marzo 2003 (data di inizio della guerra in Iraq), quanto il 1979, anno dell'avvento del regime degli ayatollah in Iran. A completare un quadro a tinte fosche, ma non senza speranza nella misura in cui le ragioni del dialogo prevalgono sul frastuono delle armi è stato il vescovo di Islamabad, monsignor Anthony Lobo, che ha raccontato una serie di episodi concreti che dicono il quotidiano stillicidio di minacce, soprusi e violenze nei riguardi dei cristiani in Pakistan.
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